Ne siamo continuamente alla ricerca. Lo saremo sempre fino a quando questo affannoso bisogno non muterà in appagamento e sazietà. L’amore, in fondo, è a questo che ci conduce: a sentirci sazi della vita, ma mai delle persone che amiamo, tanto da desiderarle costantemente accanto, per poter toccare la loro felicità e provare che ne siamo gli artefici. Ma cos’è “amore”? Perché ne andiamo alla ricerca e dove? Quanto tempo impiegheremo prima che questo ci trovi o si lasci trovare? “Nessuno si innamora se è sia pure parzialmente soddisfatto di ciò che ha e ciò che è” scrive Francesco Alberoni in “Innamoramento e amore” (ed. Garzanti 1979) perché il bisogno di provare questo sentimento nasce unicamente dalla delusione del “sentirci esclusi da un mondo di intensi desideri ed intense soddisfazioni” (ibidem). Ma davvero l’amore è il puro frutto dell’invidia e della sofferenza umana? Oppure si tratta di un sentimento caratteristico di ogni essere umano, di qualsiasi estrazione sociale, indipendentemente dalla cultura e dalle inclinazioni personali? Ciò spiegherebbe il motivo per cui sull’amore si parla, si scrive e si crea sin dagli albori dell’umanità fino ad oggi. La poesia più antica, per esempio, ci narra di quanto sconvolgente possa essere l’innamoramento. Componendo i primi versi di lirica, infatti, scrive così la poetessa Saffo: “Il cuore sbatte forte e si spaura / ti scorgo un attimo e non ho / più voce; / e la lingua è rotta; un brivido / di fuoco è nelle carni / sottile; agli occhi il buio, rombano/ gli orecchi”. Sono gli effetti che l'innamoramento conduce sulla persona: questa, incapace di reagire in presenza di colui che ama, si lascia sconvolgere nella tempesta scatenata da un numero infinito di sensazioni che sommandosi la travolgono. È pur vero, tuttavia, che la parola amore racchiude in sé tipologie diverse e spesso contrastanti sentimenti, tutti riconducibili al profondo bisogno dell’essere umano di sentirsi amato, di costituirsi come punto di riferimento per l’altro, destinazione di attenzioni e tenerezze. Come spiega papa Karol Wojtyla, l’amore si basa su un “legame del bene comune e quindi del fine comune” (“Amore e responsabilità” ed. Mariette 1980). Si tratta di persone diverse tra loro che compiono la scelta cosciente di partecipazione all’amore nel raggiungimento di uno scopo condiviso e volto al bene. Per questo Hegel spiega come il sentimento sia un “prendere e un dare reciproco” (“L’amore” in “Scritti teologici giovanili” Napoli 1972), per cui “colui che prende non si trova perciò più ricco dell’altro: si arricchisce, certo, ma altrettanto fa l’altro; parimenti quello che dà non diventa più povero” (ibidem). Il soccorso ai bisognosi, il rispetto per il prossimo, la rinuncia di sé per il bene degli altri sono esempi di un affetto che pacifica, una sensibilità sociale che collega l’umanità. L’amore inoltre per un’idea che implica sacrificio, coerenza e volontà di perseguire le proprie aspirazioni è un sentimento che salva l’uomo e lo rende spesso eroico, ma anche pronto a tutto anche a gesti sconsiderati. E ancora, è amore che rende liberi, in quanto scioglie da qualsiasi legame con ciò che è materiale ed effimero, nella convinzione che questo sentimento conduca alla perfezione, a quella sensazione di beatitudine e pace dei sensi che può degenerare nell’egoismo e nell’indifferenza nei confronti di ciò che non riguarda l’unione amorosa. Quando per amore, infatti, si agisce irrazionalmente, ciò accade poiché la ragione non riesce ad imbrigliare i sentimenti e la passione conduce l’individuo oltre il limite consentito. L’amore privo di freni consuma l’uomo ed impoverisce le sue facoltà intellettive. Il sentimento appassionato si trasforma a volte in sofferenza, per questo Lucrezio, poeta latino, racconta come l’unico modo per non provare dolore sia non innamorasi, poiché ciò è molto più semplice che smettere di provare amore (“De rerum natura” IV 1121-1174, trad. di A.Roncoroni). Una visione puramente pessimistica da cui in parte si trae spunto per prendere in considerazione il fenomeno dell’“amore monetizzato”. Il mercato dell’amore fruibile in qualunque momento per denaro, lo sfruttamento della prostituzione che ai giorni nostri è considerato un problema sociale legato soprattutto all’etica. È amore quello che si può comprare? Può esiste sentimento quando c’è anche sfruttamento? Sicuramente no. Per il filosofo Erick Fromm, infatti, premura, responsabilità e comprensione si identificano con l’amore inteso come “ interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo” (“L’arte di amare”, “Il Saggiatore” Milano 1963) insieme alla definizione di questo sentimento come unica fonte di conoscenza per l’umanità. Così l’amore si mostra a noi con le sue ambivalenze: con il suo voler essere un limite, quando si rivolge a senso unico verso se stessi o verso l’oggetto del sentimento, prescindendo dalla dimensione razionale e trasformandosi in mania, oppure può contribuire all’arricchimento degli individui che, sentendosi amati, amano attraverso qualsiasi mezzo, volto unicamente al bene. Nel “Simposio” di Platone troviamo il “demone grande” dell’amore a metà tra le divinità ed i mortali, ricercatore di ciò che non ha, che tende a possedere la bellezza, mentre questa continuamente gli sfugge. Per il filosofo greco, “Amore” non è appagato come un dio, né ignorante come l’uomo: figlio di “Ricchezza” e “Povertà”, si trova a metà strada tra gli opposti, tra conoscenza ed ignoranza, tra felicità e sofferenza. Cosa cerchiamo dunque? Platone lo spiega nel “Simposio” (192b-193d) attraverso il mito degli androgini, quegli esseri originali fusi insieme, perfetti ed arroganti nella loro compiutezza: ogni essere umano ricerca la sua metà per tutta la vita. Non sempre l’individuo avrà la fortuna di ritrovare la parte che gli manca e la ricerca disperata ed affannosa può non avere mai fine. Il volto dell’amore ci sfugge, noi lo scorgiamo tra le pagine di un libro, nel tenero abbraccio dell’ “Amore e Psiche” di Canova, in quel film che abbiamo visto e rivisto milioni di volte, lo cerchiamo nei volti di coloro che ci stanno intorno, ma molto raramente possiamo dire: “eccolo! È quello!”. Vorremmo che il nostro amore fosse più forte della paura e della vergogna, come spiega Hegel (op. cit.), desideriamo, come l’amore di E. Fromm, che avesse cura di noi e ci rispettasse per come siamo, cosa desideriamo e come agiamo (op. cit). Luciano Ligabue, nella canzone “Il giorno dei giorni”, ci parla di un amore che dà degli appuntamenti e poi viene quando gli pare. Bussa alla tua porta, entra senza chiederti il permesso e se non ami non hai mai vissuto davvero. Susanna Tamaro, in “Va dove ti porta il cuore”, paragona l’animo umano ad un palazzo le cui finestre, se lasciate socchiuse, si lasciano spalancare dall’amore. Questo, come una corrente d’aria, entra e ti riempie casa. È così che spesso ci piace disegnare l’amore, come una volontà che prescinde da noi e ci colpisce, ci piega alle sue esigenze. Ha le sembianze di coloro che amiamo, vive fuori dagli schemi, spesso tra i contrari, e nasce in contrapposizione ai canoni della società, nel disordine degli eventi, contro ciò che avevamo previsto. E quando sei ormai sicuro di aver trovato la tua metà, quella parte che ti mancava e che ora ti fa amare te stessa, sentirti appagata e completa, non sai dire niente. Non sai spiegare cosa senti né quanto amore hai da dare. Puoi solo dire: “Non so cosa sia l’amore, ma se esiste è quello che provo per te”. Ne siamo continuamente alla ricerca. Lo saremo sempre fino a quando questo affannoso bisogno non muterà in appagamento e sazietà. L'amore in fondo è a questo che ci conduce: a sentirci sazi della vita, ma mai delle persone che amiamo, tanto da desiderarle costantemente accanto a noi, così da poter toccare la loro felicità e provare che ne siamo gli artefici. Ma cos'è "amore"? Perché ne andiamo alla ricerca e dove? Ma soprattutto quanto tempo impiegheremo prima che questo ci trovi o si lasci trovare? "Nessuno si innamora se è sia pure parzialmente soddisfatto di ciò che ha e ciò che è" scrive Francesco Alberoni in "Innamoramento e amore" (ed. Garzanti 1979) affermando che il bisogno di provare questo sentimento nasce unicamente dalla delusione del "sentirci esclusi da un mondo di intensi desideri ed intense soddisfazioni" (ibidem). Ma davvero l'amore è il puro frutto dell'invidia e della sofferenza umana?. Oppure si tratta di un sentimento caratteristico di ogni essere umano, di qualsiasi estrazione sociale, indipendentemente dalla cultura e dalle inclinazioni personali?. Ciò spiegherebbe il motivo per cui sull'amore si parla, si scrive e si crea sin dagli albori dell'umanità fino ad oggi. Già la poesia più antica, per esempio, tratta di quanto sconvolgente possa essere l'innamoramento. Componendo i primi versi di lirica, infatti, scrive così la poetessa Saffo: "Il cuore sbatte forte e si spaura ti scorgo un attimo e non ho più voce; e la lingua è rotta; un brivido di fuoco è nelle carni sottile; agli occhi il buio, rombano gli orecchi". Così si definiscono gli effetti che l'innamoramento conduce sulla persona: questa, incapace di reagire in presenza di colui che ama, si lascia sconvolgere della tempesta scatenata da un numero infinito di sensazioni che sommandosi la travolgono. È pur vero, tutta via, che la parola amore racchiude in sé tipologie diverse e spesso contrastanti di sentimenti, tutti riconducibili al profondo bisogno di ogni essere umano di sentirsi amato, di costituirsi come punto di riferimento per l'altro, destinazione di attenzioni e tenerezze. Come spiega papa Karol Wojtyla, l'amore si basa su un "legame del bene comune e quindi del fine comune" ("Amore e responsabilità" ed. Mariette 1980). Si tratta di persone diverse tra loro che compiono la scelta cosciente di partecipazione all'amore nel raggiungimento di uno scopo condiviso e volto al bene. Per questo Hegel spiega come il sentimento sia un " prendere e un dare reciproco" ("L'amore" in "Scritti teologici giovanili" Napoli 1972), per cui "colui che prende non si trova perciò più ricco dell'altro: si arricchisce, certo, ma altrettanto fa l'altro; parimenti quello che dà non diventa più povero" (ibidem). Il soccorso ai bisognosi, il rispetto per il prossimo, la rinuncia di sé per il bene degli altri sono esempi di un affetto che pacifica, una sensibilità sociale che collega l'umanità. L'amore inoltre per un'idea che implica sacrificio, coerenza e volontà di perseguire le proprie aspirazioni è un sentimento che salva l'uomo e lo rende spesso eroico, ma anche pronto a tutto anche a gesti sconsiderati. E ancora, è amore che rende liberi, in quanto scioglie da qualsiasi legame con ciò che è materiale ed effimero, nella convinzione che questo sentimento conduca alla perfezione, a quella sensazione di beatitudine e pace dei sensi che può degenerare nell'egoismo e nell' indifferenza nei confronti di ciò che non riguarda l'unione amorosa. Quando per amore, infatti, si agisce irrazionalmente, ciò accade poiché la ragione non riesce ad imbrigliare i sentimenti, e la passione conduce l'individuo oltre il limite consentito. L'amore privo di freni consuma quindi l'uomo ed impoverisce le sue facoltà intellettive. Il sentimento appassionato si trasforma a volte in sofferenza, per questo Lucrezio, poeta latino, racconta come l'unico modo per non provare dolore sia non innamorasi, poiché ciò è molto più semplice che smettere di provare amore ("De rerum natura" IV 1121-1174, trad. di A.Roncoroni). Una visione puramente pessimistica da cui in parte si trae spunto per prendere in considerazione il fenomeno dell'"amore monetizzato". Il mercato dell'amore fruibile in qualunque momento per denaro, lo sfruttamento della prostituzione che ai giorni nostri è considerato un problema sociale legato soprattutto all'etica. È amore quello che si può comprare? Può esiste sentimento quando c'è anche sfruttamento? Sicuramente no. Per il filosofo Erick Fromm, infatti, premura, responsabilità e comprensione si identificano con l'amore inteso come " interesse attivo per l'attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo" ("L'arte di amare", "Il Saggiatore" Milano 1963) insieme alla definizione di questo sentimento come unica fonte di conoscenza per l'umanità. Così l'amore si mostra a noi con le sue ambivalenze: con il suo voler essere un limite, quando si rivolge a senso unico verso se stessi o verso l'oggetto del sentimento, prescindendo dalla dimensione razionale e trasformandosi in mania, oppure può contribuire all'arricchimento degli individui che, sentendosi amati, amano attraverso qualsiasi mezzo, volto unicamente al bene. Nel "Simposio" di Platone troviamo il "demone grande" dell'amore a metà tra le divinità ed i mortali, ricercatore di ciò che non ha, che tende a possedere la bellezza, mentre questa continuamente gli sfugge. Per il filosofo greco, "Amore" non è appagato come un dio, né ignorante come l'uomo: figlio di "Ricchezza" e "Povertà", si trova a metà strada tra gli opposti, tra conoscenza ed ignoranza, tra felicità e sofferenza. Cosa cerchiamo dunque? Platone lo spiega nel "Simposio" (192b-193d) attraverso il mito degli androgini, quegli esseri originali fusi insieme perfetti ed arroganti nella loro compiutezza: ogni essere umano ricerca la sua metà per tutta la vita. Non sempre l'individuo avrà la fortuna di ritrovare la parte che gli manca e la ricerca disperata ed affannosa può non avere mai fine. Il volto dell'amore ci sfugge, noi lo scorgiamo tra le pagine di un libro, nel tenero abbraccio dell' "Amore e Psiche" di Canova, in quel film che abbiamo visto e rivisto milioni di volte, lo cerchiamo nei volti di coloro che ci stanno intorno, ma molto raramente possiamo dire: "eccolo! È quello!". Vorremmo che il nostro amore fosse più forte della paura e della vergogna, come spiega Hegel (op. cit.), desideriamo, come l'amore di E. Fromm, che avesse cura di noi e ci rispettasse per come siamo, cosa desideriamo e come agiamo (op. cit). Luciano Ligabue, nella canzone "Il giorno dei giorni", ci parla di un amore che dà degli appuntamenti e poi viene quando gli pare. Bussa alla tua porta, entra senza chiederti il permesso e se non ami non hai mai vissuto davvero. Susanna Tamaro, in "Va dove ti porta il cuore", paragone l'animo umano ad un palazzo le cui finestre, se lasciate socchiuse, si lasciano spalancare dall'amore. Questo, come una corrente d'aria, entra e ti riempie casa. È così che spesso ci piace disegnare l'amore, come una volontà che prescinde da noi e ci colpisce, ci piega alle sue esigenze. Ha le sembianze di coloro che amiamo, vive fuori dagli schemi, spesso tra i contrari, e nasce in contrapposizione hai canoni della società, nel disordine degli eventi, contro ciò che avevamo previsto. E quando sei ormai sicuro di aver trovato la tua metà, quella parte che ti mancava e che ora ti fa amare te stessa, sentirti appagata e completa, non sai dire niente. Non sai spiegare cosa senti né quanto amore hai da dare. Puoi solo dire: "Non so cosa sia l'amore, ma se esiste è quello che provo per te". Alessia Rosati



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complimenti all'autrice
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