"La nuova filosofia pone tutto in dubbio [...]Si sono persi il sole e la terra, né ingegno d'uomo Può bene indirizzare a dove cercarli" (S. Gamberini, Poeti metafisici e Cavalieri in Inghilterra, Firenze 1959, p.54): scrive così il poeta inglese Donne in Antinomia del mondo nel 1611, evidenziando la portata dirompente della new philosophy, capace di destabilizzare le convinzioni dell'individuo umano. Com'è possibile che il cielo si capovolga? Nel XVII secolo, a sovvertire la visione del mondo è la rivoluzione astronomica, che attua il ribaltamento dello spazio siderale. J.Keplero e le sue leggi sul moto dei corpi celesti, G.Bruno, con l'universo infinito e infinitamente popolato, insieme al metodo sperimentale di G.Galilei, partecipano alla nuova astronomia. Attraverso le loro idee, essi contribuiscono al decentramento del globo terrestre e alla detronizzazione dell'individuo umano. A distanza di secoli possiamo dire di aver guardato il cielo e averlo trovato nostro. Le rivelazioni contenute nella Bibbia sostengono quel finalismo antropocentrico per cui i cieli sono stati creati per la terra e la terra per l'uomo: così abbiamo creduto in un universo ordinato, perfetto e rassicurante. Un sistema finito come, come in fondo, può esserlo l'uomo, per poi comprendere che questo mondo unico, chiuso ed eterno, costituito da sfere concentriche, rigorosamente geocentrico e qualitativamente distinto, si rivelava come uno degli errori più grandi della storia. Si assiste, quindi, allo sfaldamento della struttura cosmologica condivisa dal senso comune, dalla mentalità Patristica e da quella Scolastica, supportata dalle teorie di Tolomeo e Aristotele, per cui l'infinito s'incarna negli attributi incompiuto e imperfetto. La perfezione e la finitudine del mondo, dimostrate dal filosofo di Stagira unicamente attraverso argomenti aprioristici, non fornivano, quindi, la visione maggiormente corretta, ma, di certo, la più rassicurante per l'uomo. Del resto, lo stesso Keplero, parlando dell'infinito, aveva affermato che "questo solo pensiero porta seco non so qual occulto orrore" (La nuova stella, 1606). Le nuove tesi rivoluzionarie, al contrario, sostengono, a seguito di studi e osservazioni sperimentali, uno spazio affatto omogeneo e illimitato, mentre si rivela completamente assente una gerarchia tra corpi celesti: le teorie descrivono un mondo privo di luoghi privilegiati e senza alcun punto assoluto di riferimento. Ben presto, l'imperiosa pretesa di egemonia sul cosmo si svela mostrandosi come l'egocentrica e timorosa reazione umana di fronte alla percezione dell'infinito. Un castello di carta innalzato sull'infondata certezza che tutto avvenga ed esista in funzione dell'uomo, unicum tra le creature viventi, perché dotato di razionalità e misericordia, capace di provare emozioni. Un ago che oscilla tra bene e male: l'uomo, singolare artefice di opere meravigliose, ma anche della distruzione dei propri simili, cerca quel Dio che con il suo alito gli ha donato la vita. Da qui, per la prima volta, assistiamo al terremoto che la scoperta scientifica produce nell'animo, da questo punto in poi, il cammino dell'indagine sperimentale ha continuato a minare le sicurezze e, in certi casi, le fedi religiose dell'intero genere umano. Lo sconvolgimento dell'universo non genera, di certo, danni di tipo fisico: la terra è da sempre alla periferia del Sistema Solare, della Via Lattea e dello Spazio, mentre crollano inesorabilmente le teorie, le strutture mentali, il ruolo di preminenza dell'uomo. Se all'inizio la scoperta coinvolge solo piccole élites d'intellettuali, difatti, quello della rivoluzione scientifica è un potenziale che promette di porre in crisi l'intera umanità. È evidente come il sistema-mondo tolemaico esaltasse l'individuo, mentre quello copernicano insinua ora in certi intellettuali un senso di angoscia, mistero e piccolezza di fronte a un illimitato cosmo. "Che cos'è un uomo nell'infinito?"(72): alla domanda che B.Pascal si pone nei suoi Pensieri, risponderà G.Leopardi, nella Ginestra (vv. 158-201), parlando di un globo "ove l'uomo non è nulla", e di "un granel di sabbia" che è la terra. Così l'umanità inciampa sulle sue illusioni, cade e si rialza per poi maturare. A. Banfi ne L'uomo copernicano del 1950 ammette di osservare, con la rivoluzione astronomica, l'immagine adulta del genere umano che si accetta per quello che è realizzando il proprio destino nel mondo. La teoria dell'umiliazione viene recuperata, inoltre, da Freud, osservando come il sistema tolemaico si generi dall'indole sostanzialmente narcisista dell'individuo, che lo porta infine ad ingannarsi. Il copernicanesimo è, quindi, la prima umiliazione universale della nostra specie, cui seguirebbe, secondo il fondatore della psicoanalisi, quella prodotta dal materialismo storico di K.Marx, che svela i movimenti economici della storia, al di là di ogni schermo ideologico. Si aggiunga, inoltre, l'accorciarsi delle distanze tra uomo e animale, prodotto dal darwinismo, ed infine, ultima a minare l'egotismo dell'umanità, la psicoanalisi e la scoperta di forze inconsce ed emotive atte a manovrare la psiche, di cui l'uomo non è più sovrano assoluto. Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?: s'intitola così il celebre quadro in cui P.Gauguin rappresenta il tragitto d'esistenza dell'umanità, incarnata da figure femminili. Molti se lo sono chiesto e magari hanno già saputo rispondere a questi interrogativi, aggrappandosi a speranze, fedi o costruzioni mentali proprie. Ma cosa può dirci la scienza, il sapere oggettivo? Forse solo che non esiste ancora nulla di sperimentabile e tanto meno di certo. Se ci chiediamo da dove veniamo, o meglio, come si è originato il cosmo, nel 1929 E.P.Hubble dimostrò il movimento di recessione delle galassie, ipotizzando un universo in espansione in grado di avvalorare la teoria del Big-bang. Supponendo, infatti, di poter riavvolgere il nastro su cui sono incisi i movimenti di allontanamento compiuti dai sistemi stellari, la cosmologia sarebbe in grado di ripercorrere all'indietro le fasi di esistenza del cosmo, osservando che tutte le galassie convergono in un unico punto. Impossibile anche solo ricostruire cosa sia successo dal tempo zero sino a secondi dall'esplosione, istante in cui ha inizio l'Era di Planck, mentre gli scienziati immaginano condizioni estreme di densità spaventosa. Non conosciamo, inoltre, le sorti del nostro universo: secondo il modello aperto, caratterizzato da una geometria iperbolica o euclidea dello spazio, esso tenderà ad espandersi per sempre divenendo progressivamente più freddo e scuro. Diversamente, l'ipotesi di un universo chiuso, finito nello spazio e nel tempo, prevede un arresto dell'espansione con conseguente collasso gravitazionale. Se la scienza non sa dirci, quindi, da dove veniamo e nemmeno quale sarà il nostro destino, è almeno in grado di conoscere a fondo l'uomo? Con l'avvento del positivismo, nella prima metà dell'Ottocento, comincia a diffondersi la convinzione che sia possibile realizzare un sapere effettivo e sperimentale a discapito dell'astratto e del chimerico. Il metodo scientifico viene perciò esteso a tutti i campi, compresi quelli che riguardano l'uomo e la società: A.Comte, teorico della religione positiva, fonda la sociologia. Di questa, l'aspetto della dinamica sociale e cioè dello studio dello sviluppo progressivo dell'umanità, della sua evoluzione e del suo perfezionamento, risulta fortemente influenzato dalle teorie di C.Darwin pubblicate nell'opera Sull'origine delle specie. È un momento in cui l'individuo percepisce grande fiducia nelle sue capacità, ma sono anche gli anni che porteranno al darwinismo sociale e alle teorie razziali del Novecento. È questo il secolo in cui la scienza moderna, a passi da gigante, condurrà a coniugare nel neodarwinismo la teoria dell'evoluzione con la genetica. La variazione degli individui favoriti nel processo di selezione naturale, si scopre prodotta dalla casualità delle mutazioni e delle ricombinazioni genetiche. Se ne traggono considerazioni sbalorditive: l'evoluzione è solo il frutto di un gioco della sorte. L'uomo si trova, quindi, di fronte alla disgregazione del piano provvidenziale in cui riserbava ancora fiducia. Il neodarwinismo spiega come la specie umana non sia nemmeno quella qualitativamente migliore rispetto alle antenate, ma solo l'anello ultimo della catena del processo vitale. Di fronte a queste evidenze la voce di R.Dawkins, ne Il gene egoista, svolge una tenace difesa della dignità e della libertà umana affermando la capacità di contrastare l'individualismo in noi congenito, per coltivare un altruismo "disinteressato e puro" (R.Dawkins, Il gene egoista, Mondadori, Milano 1976, p. 210). Se l'uomo non può per ora conoscere a fondo la sua natura, è però in grado di migliorarsi, in un movimento che può venir guidato solo dalla propria coscienza e da un'innata ambizione. Alessia Rosati


