Elena aspettava il taxi rifugiata sotto una delle strette pensiline che introducevano al parco. Aveva deciso di fare una passeggiata da sola dopo la cena con gli amici. Voleva smaltire quel buon vino, diceva. Ormai la calza destra era strappata a causa dell'incidente al ristorante. Le calze erano da buttare. A questo punto poteva togliersi le scarpe e passeggiare a piedi quasi nudi, come quando era bambina e correva scalza nella campagna del padre. Per una mezz'ora voleva immergersi nei suoi pensieri; aiutata dalla soffice ebbrezza del vino. Ora poteva navigare, quasi perdendosi, nell'enorme parco verde che sfociava proprio sulla sua bella casa in centro. Il temporale estivo e l'oscurità del black-out l'avevano colta senza preavviso. Adesso era timorosa e bagnata. Ma comunque non poteva succederle niente, pensava. Si trovava in pieno centro cittadino, non molto lontana da casa. Aspettava l'auto che l'avrebbe portata via. Era contratta e con gli abiti appesantiti dall'acqua nel monotono silenzio della pioggia. Il cielo era gonfio di nuvole fluorescenti. Ogni tanto intravedeva nella nera oscurità qualche sagoma umana in movimento. Sarà stato forse il vino, ma le sembravano comici quei burattini lontani che si intravedevano appena, e che saltavano scomposti da un marciapiede all'altro, in un paesaggio in cui tutto era immobile e monotono. Di nuovo ricordava quando era bambina; era dietro i vetri di casa, fuori il temporale, e il suo sguardo era immobile, sfocato, che cercava di penetrare la coltre di acqua torrenziale fissando il muro del palazzo di fronte, o la lontana montagna sull'orizzonte. Un rumore le rapì l'orecchio. Girò la testa con un guizzo. Si risvegliò. Un'auto con i vetri illuminati attraversava l'enorme strada di fronte a se. L'auto percorreva il suo attuale e più modesto orizzonte, da sinistra verso destra. L'automobile navigava nelle enormi pozzanghere alzando lateralmente due muri d'acqua. Sembrava un sottomarino emerso che stava ispezionando la superficie del mare, per prepararsi ad essere di nuovo inghiottito dall'acqua. Gli occhi di Elena seguivano quell'unica fonte di luce, in quella notte, in cui il mondo sembrava essersi dissolto in una profonda oscurità. Ecco che i fari dell'auto incontrano un' altra sagoma in movimento. Ecco che danno vita ad un'altra auto incrociando altri fari. Il suo sguardo, come un uccello che vola di ramo in ramo, balzò sulla nuova fonte di luce. Era un tassì. Forse il suo. Era felice. Istintivamente alzò il braccio destro e sorrise -inutilmente in quell'oscurità. Salutava il nuovo arrivato che l'avrebbe riportata nel mondo dei vivi. Non aspettò che l'auto svoltasse per venirle incontro. Corse d'istinto. Velocemente. Era ancora una bambina. Aveva infilato le scarpe e si era precipitata verso il finestrino anteriore del suo salvatore. Era il suo tassì? Sicuro? Corse di fretta; aveva rischiato di cadere correndo con quegli alti tacchi; ma non faceva niente. Aveva rischiato di cadere tante volte da piccola; lei che alcune volte riusciva ad essere uno spericolato maschiaccio. Istintivamente, senza pensare, bussò sul vetro del guidatore. Voleva la conferma. Precipitò la testa all'interno: da vero ragazzo maleducato e invadente. Gettò avanti poche parole, quasi per frenare i muscoli del collo che l'avevano lanciata nell'abitacolo. Per un attimo stette immobile. Il suo sguardo abituato al buio, e incoraggiato dal vino si fece catturare dallo scintillare delle fioche luci verdastre che invadevano l'interno dell'auto. Trasalì e ruotò un poco il collo. I suoi occhi affondarono nella buia sagoma del conducente. Fiutò odore di vaniglia; impastato ad un aroma di tabacco. La punta fredda del suo naso avvertì il leggero solletico della barba dura che lei involontariamente aveva sfiorato. Per un istante riprovò quella leggera eccitazione che poco prima le aveva dato i brividi, quando, mentre inclinava il bicchiere per bere lo spumante, le bollicine scoppiettanti le si erano arrampicate su per il naso e un'onda leggermente frizzante le aveva invaso con delicatezza e leggerezza tutto il corpo. Il viso di lui indietreggiò e la fissò. Gli occhi di lui e un greve cenno della voce le diedero il permesso di salire. Lo sguardo di lei si ritrasse e si fece serio e contrito Non riusciva mai a domare quel suo carattere troppo prorompente!Qualche volte da piccola era stata addirittura punita a causa della sua irruenza. Ora leggermente arrabbiata si accomodo in auto; in castigo; in silenzio. Chiuse lo sportello. Le piaceva sedersi al centro dei sedili posteriori per seguire la strada con lo sguardo. "Ora lui partirà, e tra poco sarò a casa" pensò. Il tassametro cominciò la sua corsa frenetica. Chiuse gli occhi per pochi secondi. Si rilassò. La ragazzina irruenta la stava abbandonando finalmente. Volle dare un'ultima occhiata alla calza. Chissà; forse quel demone che alcune volte si impossessava di lei, e che ora si era assopito, si era portato con se anche lo strappo alla calza che le aveva procurato al ristorante. Aprì leggermente la gamba destra e accarezzò la coscia in cerca dello strappo, partendo dal ginocchio in direzione dell'inguine . I suoi occhi si erano abbassati sulla gamba per puro istinto, ma non avevano intenzione di guardare. Si stavano ancora risvegliando dal buio sonno nel quale erano affondati fino ad allora. La sua mano percorreva meccanicamente la coscia avanti e indietro in cerca dello strappo mentre la sua coscienza tornava alla vita abbandonando l'oscurità. Dapprima le orecchie udirono una frequenza di voci indistinte, mentre il collo e la testa si allungavano verso l'alto come avrebbe fatto un uomo che, emergendo dal mare, ruotava istintivamente il viso in direzione del sole e dell'aria. Come accade, dopo uno stato di torpore, mentre ci si sveglia pian piano, che c'è un preciso attimo in cui gli occhi e la coscienza tornano ad essere una cosa sola ,e a riflettere il mondo esterno, lei si risvegliò di soprassalto. I suoi occhi forse ancora troppo pigri, si adagiarono su altri occhi riflessi nello specchietto centrale. In quella sagoma dai bordi disordinati e spettinati galleggiavano, ad una distanza da lei infinita, due soli, fulgidi di una luce nera. Lui aveva il viso verso la strada ma i suoi occhi, come due gentiluomini, avevano seguito la sua mano per lei che era stata cieca. Elena non si sforzo di richiamare il suo sguardo ormai rapito e quindi immobile; ci pensò allora la sua coscienza, che si chinò di nuovo verso la mano e osservò la gamba richiudersi lentamente. Elena guardava fuori. Tutto intorno era nero. Le frequenze scomposte della radio sovrapponevano echi di voci che sembravano provenire dall'oscura profondità del paesaggio esterno. La città riprendeva la sua forma accecante attraverso gli occhi abbaglianti dell'auto. Nella penombra, vide sul sediolino alla destra dell'uomo, un pacchetto giallo di sigari alla vaniglia. Ricordava i ragazzini, che alle prime esperienze, da piccoli adulti, fumavano sigarette al mentolo nascosti nell'oscurità. A coppie; due maschiacci aspiravano meccanicamente frenetiche boccate di quelle finte sigarette. Giocavano a fare i grandi, e si inventavano come tutti i ragazzini, una finta rabbia da sfogare sul mondo, e finivano rapidi le cicche per accenderne un'altra che non avrebbero gustato. Anche LUI forse era solo un ragazzino che fumava finti sigari di nascosto, e portava il suo sguardo torvo in giro per la città. L'auto era quasi giunta a destinazione. L'animo di Elena riconobbe tra i fari scintillanti, i primi segni di lidi a lui familiari. L' uomo sterzò per imboccare il rettilineo finale. I fari abbagliarono due navi incagliate che impedivano l'accesso al porto sicuro. La luce rivelò un insieme di ombre attorno a due auto in quella porzione del paesaggio completamente oscuro. Il gruppo esplose in grida e imprecazioni. I fari dell'auto allora furono ammansiti e repentinamente le voci si assopirono. Lui scese dal tassì per soccorrere quei naufraghi, e la sua figura raggiunse quel vociare confuso di spiriti per unirsi a loro. Il tassametro non fu clemente, e continuò la sua corsa. La pioggia era cessata. Elena vide esili fasci di luce allungarsi dalle braccia di quelle marionette. La luce intensa di prima aveva amplificato i loro movimenti, e il loro ribollente gesticolare. Ora alimentati solo dai fiochi raggi delle torce, i movimenti di quegli uomini si erano fatti più lenti e felpati. Lui si spostava tra le due auto infortunate come un cane che ispezioni un territorio a lui familiare, e fiutava tra le lamiere piegate, e si piegava per scrutare le visceri di quei due relitti. Gli altri lo seguivano come cuccioli irrequieti. Il gruppo si fermò per pochi secondi in un gorgogliante gesticolare. La figura di lui si ingrandì di nuovo agli occhi di Elena. Lei lo vide tornare alla sua nave. La invitò ad uscire: il loro piccolo viaggio sarebbe proseguito a piedi. Lei compostamente infilò le scarpe e accomodò il suo braccio nell'avambraccio di lui. Il carico prezioso di quella nave sarebbe stato scortato dal capitano fino a destinazione. Erano giunti sotto casa. Si fermarono. Deboli echi di luna brillavano negli specchi d'acqua ai loro piedi. Ad un primo piano del palazzo di fronte a loro, si vedeva un balcone illuminato da una palpitante luce; irradiata forse da alcune candele. Si intravedevano ombre animate, proiettate sui sottili tendaggi chiari che impedivano agli occhi di penetrare direttamente all'interno della stanza. Questi burattini articolavano gesti non direttamente comprensibili. Gli occhi, pur sforzandosi, non riuscivano a comprendere il significato e lo scopo di quei moti che apparivano così misteriosi. L'animo invece vi intuiva lo scorrere dei riti quotidiani. Loro due erano lontani da quella luce e da quelle sbiadite figure. Isolati nel buio, erano lontani da tutto; perduti nel tempo e nello spazio. Non facevano parte del mondo. I due ragazzini erano nascosti e appartati. Gli occhi di Elena si abbandonavano di nuovo al loro pigro sonno. Le luci del balcone di fronte, si perdevano nel buio fino a diventare dei languidi e remoti abbagli. La ragazzina ribelle aveva di nuovo voglia di fumare. Ecco che il demone tornò dal buio profondo e l'afferrò. La tirò con sé nell'oscurità, come la pietra legata ai piedi, che trascina lo sventurato suicida nel buio fondo dell'abisso, mentre il sole in superficie si fa sempre più pallido. Lei strinse il braccio dell'uomo e si appoggiò al suo petto. Cercò di nuovo il gusto del tabacco. Questa volta avrebbe assaporato ogni boccata. Il suo naso inseguiva l'odore di vaniglia tra quegli ispidi capelli, e dal collo si inerpicava fin dietro la nuca, come un cane avido e smanioso che galoppa tra l'erba alta in cerca della selvaggina che ha visto cadere al suolo. I due ragazzi nascosti nell'ombra assaporavano lunghi tiri e predicavano sommessamente. Sentivano gli echi delle altre voci che li cercavano. Fumavano e gesticolavano nella semioscurità mentre lei osservava compiaciuta gli altri ragazzi che vagavano come folli, senza una meta, urlando e imprecando i loro nomi. Lui le avvicinò la sigaretta alle labbra. Lei rubò una boccata e rivolse di nuovo lo sguardo felino verso di loro. Si rigirò veloce verso di lui. Accettò una nuova boccata. Sorrise di nuovo compiaciuta. Gli prese la testa avvicinandola alla sua e lo baciò. La bocca di lui le accarezzava il viso. Si baciarono a grandi boccate. I due corpi erano immobili. Lei aveva le mani sui suoi fianchi. Le due teste si accanivano l'una contro l'altra senza sosta. Lei replicava affamata quel bacio infinito. La sua testa si fermò per un attimo mentre la bocca, da sola, perseverava contro l'altra bocca. Non erano soli. Due occhi immobili li scrutavano dal ramo dell'albero di fronte. Ora lui le sfilerà la camicia, pensava. Poi lei avrebbe dovuto sfilare la sua. Intanto quei due occhi senz'anima continuavano a fissarla. A sprazzi, il capo di quell'uccello si scuoteva veloce per poi ritornare sbieco e immobile a fissarla. Lui le strofinava meccanicamente la mano sui fianchi. Lei per non essere da meno lo imitò. Continuavano a baciarsi. Le mani dei due ragazzi esploravano i loro corpi, e certe volte si sfioravano con acerba complicità. Lui le stava per sbottonare i pantaloni. Lei gli afferrò la mano. Una vertigine la travolse. Gli inondò mano di baci. La strinse al suo viso; alle sue guance. Aprì i palmi e li baciò. Avrebbe preso lei l'iniziativa. Lei si sarebbe sbottonata la camicia e poi i pantaloni. Si strofinava la mano di lui sul viso come per farsi accarezzare. Continuava a riempirla di baci. Guardava diritto a se. Quell'uccello immobile continuava a fissarla aspettando che succedesse qualcosa. I suoi occhi non le davano pace. Aveva deciso. Pose la mano di lui su un seno. Gliela chiuse rigidamente. Ora lui avrebbe fatto il resto. Le avrebbe tolto la camicia e lei si sarebbe affidata lui. Si sarebbero spogliati entrambi e poi avrebbero fatto l'amore. La mano di lui riprese vita. Come chi si risveglia da un profondo sonno, i suoi movimenti erano dapprima lenti e timidi, poi le dita si animarono, e cominciarono a sbottonare la camicia. La bocca di lui le invase il collo e cominciò a baciarlo. Lei guardava di fronte. I suoi occhi erano rapiti da quel piccolo rapace. Il palmo dell'altra mano di lui le accarezzava l'ombelico. Lei udì un rumore improvviso tra i cespugli vicini. Si scosse e trasalì. La mano di lui le strinse istintivamente un fianco. Il rumore era dapprima indefinito, poi le sue orecchie capirono che dovevano adempiere al loro dovere e il rumore si trasformò in un abbaiare sonoro e fragoroso. Un grosso cane li sfiorò nella sua boriosa corsa e si diresse verso l'albero di fronte. L'uccello smise di fissarla. Si rianimò. Effettuò un balzo. Il ramo vacillò. Il piccolo rapace volò via. Lei lo inseguì. Ora il demone la teneva stretta a se, e non l'avrebbe fatta fuggire. Assecondò la volontà di lei e la immobilizzò tra le sue gambe. Lei si aggrappava alla enorme figura che la dominava. Le sue dita contratte e rigide circondavano quel mento e quelle guance. Il cuore pulsava e accelerare, e la bocca si precipitava affannata tra la barba e le labbra, inseguendo poi gli zigomi, fino a raggiungere, avida e vorace, quegli occhi spalancati. Lui la serrava tra le sue gambe. La mano ruvida cercò convulsamente quello strappo nelle calze che gli occhi prima non erano riusciti a scorgere. Le dita nervose e sensibili si imbatterono nella nuda carne e approfittarono di quel varco. La mano si dibatteva imbrigliata nella rete e le gambe si serravano per non farla fuggire. La mano avvolgeva e stringeva la coscia fin quasi a farle male. I muscoli del collo di lei si contrassero fino a costringerla ad affondare la testa nel petto di lui. La bocca umida, istintivamente esplorò quel nuovo territorio. Le dita di lui si imbatterono in un secondo e ultimo ostacolo. Si addentrarono questa volta in una striscia di tessuto più spessa e la aggirarono con prepotenza. Lei ebbe un sussulto: quei muscoli del collo prima contratti, si tesero repentinamente; il collo si inarcò pronto ad accogliere le labbra incalzanti di lui. Le dita convulse di lui salirono rapidamente, sfiorando l'ombelico per chiudersi su un seno. A quel punto lei si arrese. Chiuse gli occhi e istintivamente si rilassò. Come in automobile, per la seconda volta, allargò leggermente la gamba destra... Il giorno dopo un'alba rosea irradiò la sua camera svegliandola. La finestra era spalancata e lei aveva dormito inondata dalla fresca brezza estiva. Un'altra giornata lavorativa era cominciata. Antonio Voto


